Nascere fa paura!
Se proviamo ad immaginare cosa significa venire al mondo non possiamo escludere un’emozione forte di paura: quella provata dalla donna rispetto al dolore del parto e alle tante incognite che un’esperienza così grande comporta. E quella raccontata dal neonato.
Il suo linguaggio è un polipo dai mille tentacoli e ognuno rappresenta un allarme: il corpo piccolo che fa i conti con la gravità, il freddo, lo spazio apparentemente infinito, le mani di chi lo accoglie, l’improvvisa assenza di liquidi che non assicurano più calore e contenimento; i suoi occhi accecati da un bagliore e da movimenti di ombre giganti intorno a sé, le sue orecchie per la prima volta inondate da suoni forti ed estranei; la perdita! Venire al mondo vuol dire anche perdere quella casa che per così tanto tempo è stata nutrimento e amore incondizionato.
La paura si imprime nel corpo e crea memoria, trovando anfratti in cui risiedere, aspettando nuovo nutrimento che immancabilmente arriverà!
La prima forma di paura che sviluppiamo è quando infanti non riconosciamo le persone intorno a noi, per questo considerate estranee. È una forma di paura istintiva, primordiale che esprime un’emozione nuova per il piccolo, quella di non sentirsi al sicuro e per questo la prima reazione espressa è il pianto, anche disperato.
Successivamente, nel tempo il bambino scoprirà altre forme di paura che avranno a che fare con il bisogno di essere riconosciuto, sentirsi parte di qualcosa e accettato, percepirsi all’altezza delle aspettative altrui e proprie. E il bambino crescerà, alimentando alcune di queste paure forse, anche in funzione dell’ambiente intorno e delle persone di riferimento che avranno un’importanza fondamentale nella sua crescita.
Sarà il corpo a raccontare visivamente le paure, saranno gli atteggiamenti, il tono della voce, la scelta delle parole, lo sguardo. E piano piano, pezzo dopo pezzo, queste contribuiranno a costruire le nostre caratteristiche, quelle per cui le persone ci ricordano, ci immaginano, ci vedono.
Ogni paura nella vita segnerà il nostro modo di essere e lo accetteremo costruendoci una comfort zone entro la quale ogni passo e pensiero troverà spazio e modo di esistere, comunque e nonostante. Fino a quando un giorno, forse, succederà qualcosa di grande che andrà a sconvolgere tutto e per grande non si intende per forza grandioso, potrà piuttosto essere un trauma, per cui saremo chiamati a guardarci e a scegliere cosa voler essere.
Sarà la nostra grande occasione e coglierla potrà voler dire lasciar andare ogni paura …
La paura di cadere, di farsi male, di soffrire, di perdere qualcuno che si ama, di perdersi … la paura di non essere ricordato, di non essere accettato e visto da chi per noi conta, la paura di morire, di non riuscire, di non eccellere, la paura della paura …
La curiosità e la fiducia saranno i nostri primi maestri, coloro che ci permetteranno di disegnare il nuovo: esplorare ciò che non conosciamo per arricchirci, credendo in noi e nell’altro per le potenzialità infinite che insieme possiamo far emergere.
Saranno anche visione e amore ad indicarci la strada, nella capacità di costruire nel presente il futuro, qualunque esso sia: un racconto in cui essere protagonisti recitando la parte migliore di noi. Se avremo un distacco sufficiente potremo amare ed amarci finalmente, con quella intenzione che parte da una spontaneità a cui abbiamo rinunciato da troppo tempo. Potessimo ricordare quei primi anni di vita … come sarebbe illuminante!
La paura continuerà a bussare ma sarà decisamente più piccola, docile, accoglierla sarà una scelta, forse perchè in fondo avere quella vocina ci servirà a riconoscere la strada che abbiamo fatto e a mantenere lucidità rispetto a ogni scelta che faremo, piccola o grande che sarà. Saremo capaci di trasformarla, a volte diventerà la nostra forza, in altre occasioni si trasformerà in preoccupazione, ci scopriremo capaci di guardarla e non spaventarci più.