L’immaginazione galoppa e chissà perché sceglie sempre prati fioriti, sole limpido e … la perfezione. Che non esiste!
Quando scopriamo di essere incinta le emozioni sono tante, controverse e altalenanti ma, superato il primo periodo di accettazione, solitamente quando pensiamo al nostro piccolo, ci piace immaginarlo facile da gestire, con una sorta di interruttore da poter accendere e spegnere a nostro piacimento e perché no completo di un libretto di istruzioni. Ci pensiamo forti e capaci, in grado di affrontare la tempesta, se tale dovesse essere e la nostra attenzione inevitabilmente rimane sulla superficie delle cose, tante da fare prima che nasca.
Oppure viviamo nel terrore che ci nasca un piccolo Attila e la paura governa le nostre emozioni, disegnando un futuro che poi a volte si trasforma tale e quale a come lo abbiamo immaginato. Ma anche lì l’attenzione che poniamo a queste immagini è sfuggente, sbrigativa e nessuna propensione ad affondare il coltello nella piaga per vedere dove si arriva e cosa si trova.
Fatto sta che quando finalmente il nostro piccolo viene alla vita … siamo sole! È cambiato tutto: il corpo, il colore della pelle, le priorità e le giornate sembrano infinite così come le notti. Sole con un esserino che teniamo nelle mani e che ha già un potere immenso sulla nostra vita; ci chiama alla presenza continua, alla risoluzione di problemi in tempi record, alla sopportazione e accoglienza del pianto e alla sua interpretazione al fine di chetarlo.
È lì che cerchiamo nomi alle cose che non sappiamo riconoscere, ne abbiamo un bisogno tormentoso perché vogliamo mettere ogni cosa al suo posto e sapere, avere la totale certezza che il nostro bimbo funzioni, sia sano, stia bene!
E ci perdiamo un pezzo, quello che potrebbe essere risolutivo alla nostra ansia, quel pezzo che ci metterebbe nella condizione di vedere, accettare, accogliere e lasciare andare… venire al mondo è traumatico e adattarsi alla vita richiede tempo, pianto inconsolabile, movimenti spasmodici, un’irrequietezza a cui non sappiamo dare un senso e un perché ..
Un racconto che difficilmente viene ascoltato perché la paura attanaglia la nostra parte più inconscia e lasciamo sfumare un’occasione preziosa di connessione col nostro piccolo che potrebbe invece creare una sintonia più profonda, quella fatta di silenzi, abbracci e respiri che un giorno, nel futuro, se coltivata nel tempo, germoglia in qualcosa di potente e speciale.
A portata di mano un terrazzo dove dirigerci per un urlo che avanza perché non sempre soffocarlo nel cuscino aiuta. Nella cassetta degli attrezzi da prevedere una dose massiccia di No ma anche di SI a chi ci propone aiuto e che pratico sia! E quando arrivano quei momenti bui in cui ci sentiamo inermi e impotenti davanti ad un pianto che non trova conforto alcuno, portiamo la testa e il cuore lì, in quel luogo dove possiamo trovarci e trovarlo solo, sperduto e affranto perché quel prato fiorito è sì stupendo ma sconosciuto e il sole forse accecante, la vita immensa ma spaventosa anche; prendiamolo per mano, cresciamo insieme.